Economia: un fronte comune contro la crisi


I maggiori economisti propongono ricette anticrisi: distribuzione dei debiti nazionali europei, maggiori investimenti per il consolidamento dei mercati a rischio. E c’è anche il caso UBS.

BERNA – In una nazione in cui la produzione interna e poco elevata e la finanza costituisce uno dei principali assi del mercato interno che effetto avrà la crisi? E’ un tema di cui si parla da mesi, certo, ma gli osservatori internazionali rilanciano in questo periodo la questione con non poco timore. Ad iniziare è l’edizione di martedì dell’Herald Tribune International.

Dopo il vertice di Berlino della settimana scorsa tra i premier e i ministeri economici di Fracia, Italia, Germania e Gran Bretagna, infatti, si parla di numeri e di scenari. E qualcuno inizia a fare nomi sui possibili candidati alla sconfitta da questo periodo di crisi. E quello della Svizzera è molto presente.

L’FMI vedrà raddoppiare la propria dotazione monetaria a 500 miliardi di dollari per aiutare le economie in crisi, mentre i paradisi fiscali forse chiuderanno per sempre i battenti. Questa, in sostanza, la somma tirata dall’Herald. Anche se i dati reali sono ad oggi per la Svizzera tutto sommato confortanti (la recessione arriverà solo ad anno inoltrato o l’anno prossimo), la recente crisi di UBS è un segnale che ha messo in allarme più di un economista.

L’istituto di credito svizzero, lo ricordiamo, avrebbe illegalmente aiutato un vasto numero di clienti statunitensi a frodare il fisco, ed ora le amministrazioni USA ne vogliono i dati, parzialmente concessi. E c’è già c’è chi già parla di sconfitta dello storico segreto bancario elvetico, base di un mercato per molti versi unico al mondo.

Economie più “lente”, più medioevali, meno squisitamente finanziarie, come quella della vicina Italia, rischiano meno. O forse di più ma indirettamente, vista l’enorme arretratezza sul piano della competitività e dell’innovazione che il bel Paese si trascina con sè.

Intanto le ricette sono come sempre varie e come spesso in contraddizione. Romano Prodi, nel suo editoriale di oggi su Il Messaggero, tratta con attenzione le ultime vicende.

“La recente tensione fra Stati Uniti e Svizzera sul segreto bancario – scrive il professore – è solo una pallida premessa dei conflitti che sorgeranno […]. Per questo motivo è grandemente opportuno che l’Europa abbia deciso una coraggiosa iniziativa in materia.” “Se vogliamo evitare che i paesi vengano messi in ginocchio uno alla volta occorre perciò dotare l’Unione Europea di strumenti di difesa comune.” “Perché la speculazione ha paura di una Europa forte e unita e colpisce solo i paesi isolati.”

“Siamo arrivati ad un punto in cui è interesse di tutti (a partire dalla Germania) fare fronte comune per rispondere ad un pericolo comune.” Svizzera, in forme diverse ma anch’essa inclusa.

Intanto la confederazione da anni prosegue con il suo cauto avvicinamento all’Europa. Gli accordi bilaterali dei primi anni duemila, l’importantissima e recentissima armonizzazione coi trattati Schenghen sulle frontiere (ancora oggi molti automobilisti si fermano ai caselli coi documenti in mano), gli accordi coi partner commerciali stranieri.

Che sia il momento di accelerare questo processo? Che sia il momento in cui il paese dell’alta finanza deve guardare altrove per non finire isolato nella crisi? Molti dicono di no, che la stabilità elvetica costituirà un adeguato muro per arginare le tempestose onde in arrivo. Altri, criticamente, fanno notare che questa è prima di tutto una crisi della finanza, e proprio di quella finanza tanto cara a certi istituti svizzeri. Staremo a vedere.

Red. Est.

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