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Diplomazia nel ciberspazio: la ricetta Osce contro l’escalation digitale

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ZUGO – Un incidente informatico può incrinare la fiducia tra nazioni. Può generare errori di valutazione. Può innescare una pericolosa escalation diplomatica o militare. L’uso improprio delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione costituisce una minaccia crescente per la stabilità globale. Per evitare che un attacco informatico degeneri in una crisi internazionale, la ricetta passa attraverso la prevenzione, la cooperazione e il dialogo.

Su questi temi si è concentrata la presidenza svizzera dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Rappresentanti di alto livello del mondo politico, diplomatico e della cibersicurezza si sono riuniti a Zugo nell’ambito del convegno intitolato «De-escalation nel ciberspazio: mediazione e diplomazia preventiva».

Tre le direttrici emerse dalle discussioni: diplomazia preventiva, cibermediazione e coinvolgimento degli attori non statali.

La diplomazia preventiva fa leva su contatti tempestivi e canali di comunicazione diretti per disinnescare le tensioni sul nascere. Misure mirate a rafforzare la fiducia reciproca permettono di individuare subito i punti di attrito. Come spiegato dal capo del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport, Martin Pfister, non è possibile impedire ogni singolo incidente informatico. Si può tuttavia collaborare per evitare che un evento isolato scateni crisi ben più gravi. Sulla stessa linea Florian Schütz, direttore dell’Ufficio federale della cibersicurezza: in un quadro geopolitico teso, il rispetto di regole condivise è indispensabile per la gestione responsabile dello spazio digitale.

Il secondo pilastro è la cibermediazione. I canali fiduciari e la mediazione a distanza permettono di chiarire i malintesi prima che diventino insanabili. Gli strumenti classici di prevenzione dei conflitti devono integrarsi nel mondo digitale. Il presidente in carica dell’Osce e capo del Dfae, Ignazio Cassis, ha ricordato che le sfide informatiche non sono soltanto tecnologiche, ma umane e diplomatiche. La tecnologia e l’intelligenza artificiale aiutano a individuare e analizzare le minacce. Non possono però sostituire la capacità umana di scegliere il dialogo al posto della ritorsione. È una responsabilità politica che resta in capo agli Stati e alle organizzazioni internazionali.

Infine, il ruolo dei soggetti non statali. Settore privato, università e società civile offrono competenze cruciali per interpretare gli sviluppi tecnologici. Il loro contributo consente di identificare i rischi con largo anticipo e valutare meglio l’impatto di strumenti come l’intelligenza artificiale. Lo scambio tra governi ed esperti tecnici deve essere strutturato, pur mantenendo in mano pubblica la responsabilità finale delle scelte politiche.

La cornice dell’incontro non è stata casuale. Zugo si trova nel cuore di un polo di ricerca e innovazione tra i più avanzati, dove università e startup lavorano quotidianamente su cibersicurezza e sistemi digitali. Durante i lavori, i delegati hanno potuto toccare con mano l’eccellenza elvetica nel campo della ricerca.

All’appuntamento hanno preso parte circa 120 partecipanti da 48 paesi. La macchina organizzativa, coordinata con il cantone e le forze di polizia locali, ha funzionato senza sbavature. Resta da capire se la diplomazia tradizionale saprà muoversi alla stessa velocità dei pacchetti dati. La tecnologia corre rapida; la politica, nel bene o nel male, riflette ancora.




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