L’aria delle Alpi e dei cantoni trasporta e restituisce ogni anno oltre 200 tonnellate di plastica invisibile. Facendole cadere sulla testa degli svizzeri, letterariamente. Per la precisione, sono circa 219 le tonnellate di microparticelle con diametro compreso tra 20 e 215 micrometri che si depositano annualmente sul territorio elvetico al di sotto della quota di duemila metri.
A mostrare questi dati sorprendenti è uno studio condotto dai ricercatori dell’Empa in collaborazione con Eawag e Agroscope e sostenuto dall’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), che traccia una mappa impietosa della contaminazione atmosferica. Intorno al 40 percento di questo volume totale ricade su ecosistemi sensibili: circa 78 tonnellate finiscono sui terreni agricoli, mentre 10 tonnellate si riversano direttamente in laghi e fiumi. Un dato, quest’ultimo, che merita un confronto: secondo un’analisi parallela dell’Eawag, gli impianti di depurazione delle acque reflue svizzere ne immettono esattamente la metà. Il cielo, in sostanza, inquina il doppio dei depuratori.
Il monitoraggio, guidato dal ricercatore Christoph Hüglin e pubblicato sulla rivista Atmospheric Chemistry and Physics, ha misurato per un intero anno i depositi umidi (pioggia e neve) e secchi (gravità) in cinque stazioni di rilevazione rappresentative: Zurigo, Dübendorf, Magadino, Payerne e il Monte Chaumont nella catena del Giura.
L’analisi quantitativa della deposizione giornaliera per metro quadrato rivela uno scenario preciso: Zurigo (area urbana), 881 particelle al giorno per metro quadrato; Dübendorf, Magadino, Payerne, Monte Chaumont, tra 249 e 331 particelle al giorno per metro quadrato.
Se concentrazione doppia registrata nel polo urbano di Zurigo appare coerente con l’elevata densità abitativa, il traffico e l’uso diffuso di materiali sintetici all’aperto, la vera sorpresa risiede nella sostanziale omogeneità dei rilevamenti fuori città. La quantità di plastica che piove dal cielo a Dübendorf o sul Monte Chaumont, infatti, è pressoché identica. La microplastica atmosferica non è un’esclusiva urbana, ma un fenomeno strutturale ed esteso a livello regionale, senza zone franche. Andando a incrinare anche lo storico mito dell’area pulita di montagna.
Attraverso tecniche di microspettroscopia infrarossa con scansione automatizzata su filtri nei laboratori congiunti di Eawag, Empa e Agroscope, la composizione chimica del polimero disperso è stata identificata con precisione: polietilene tereftalato (PET) 31%, polietilene (PE) 26%, polipropilene (PP) 21%
Se PE e PP derivano prevalentemente da imballaggi, pellicole e prodotti di consumo quotidiano che la radiazione UV, l’ozono e le precipitazioni riducono in frammenti via via più piccoli, l’alta percentuale di PET punta il dito non solo sulle classiche bottiglie abbandonate, ma anche sulle fibre sintetiche dei tessuti tecnici di uso comune. La ricerca precisa tuttavia come i dati escludano l’usura degli pneumatici, analizzata in uno studio separato, e non consentano di risalire con precisione ai singoli prodotti d’origine.
Sul fronte dei meccanismi di deposizione, la dispersione in forma secca rappresenta la modalità prevalente, coprendo circa il 60 percento della massa totale, pur rimanendo la pioggia e la neve veicoli estremamente efficaci per il lavaggio atmosferico.
In termini relativi, la plastica costituisce una quota minima della massa totale di particolato atmosferico – tra lo 0,02 e lo 0,12 percento — in mezzo a polveri del deserto, fuliggine e residui biologici. Ma è la sua natura indistruttibile a cambiare le regole del gioco nel delicato equilibrio fra inquinamento e ambiente. La plastica non si dissolve: si accumula, come la sabbia in un deserto. Fino a piovere letteralmente sulla testa.
Redazione Interni






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